“Ricordati che devi morire” diceva il frate iettatore a Massimo Troisi in non ci resta che piangere.
“Mo me lo segno proprio..” era la sua risposta.

Ebbene a quanto pare nel futuro potrebbe non essere più necessaria nessuna delle due cose visto che ci penserà Google a darci la nostra data di scadenza segnandocela magari sul nostro device.

Una ipotesi tanto inquietante quanto possibile, anche se la ricerca della grande G si focalizza solamente in ambito ospedaliero.
Da qualche tempo infatti i ricercatori di Google hanno messo a punto un’ Intelligenza Artificiale in grado di analizzare i dati di un paziente allo scopo di prevenire complicazioni e addirittura stimarne l’aspettativa di vita.
Durante la fase di sviluppo, al sistema sono stati forniti i dati clinici di 114mila pazienti in 216mila ricoveri, per un totale di ben 46 miliardi di informazioni.
Questo enorme database, unito alla capacità di data mining degli algoritmi, ha consentito all’IA di valutare anche gli elementi apparentemente meno rilevanti dell’intera storia clinica del paziente che ai normali medici umani potrebbero sfuggire, riuscendo in questo modo a valutare la possibilità che si presentino eventuali complicazioni potenzialmente letali anche con qualche giorno di anticipo rispetto ai tempi della medicina “umana” o addirittura confutando diagnosi errate.

Un aiuto importante quindi a chi dovrà poi calibrare la terapia curativa che permetterà di ridurre i tempi di diagnosi ed il numero di errori clinici riuscendo così a salvare ancora più vite umane.

Non ci sono però solo lati positivi in questa evoluzione teconologica, le implicazioni che comporta sono molte, a partire dalla creazione di nuovi protocolli medici (ad esempio in caso di avaria del sistema informatico è preferibile procedere con una diagnosi del tutto umana o attendere che il sistema torni in funzione ? E se la diagnosi umana si rivelasse fatalemente sbagliata o il ripristino del sistema tardivo?) continuando con quelle giuridiche (se sbaglia l’IA chi paga?) e soprattutto quelle etiche (ad esempio potrebbe non valere la pena, in termini economici, investire in cure su pazienti la cui percentuale di sopravvivenza sia molto bassa).

Come per ogni strumento, che il risultato finale sia positivo o negativo, dipende dalla volontà dell’utilizzatore.
I benefici potrebbero essere innumerevoli, permettendo ad esempio ai medici di filtrare le informazioni dell’ IA con le loro conoscenze ed abilità per aumentare l’efficacia delle terapie, oppure dando alle persone anziane uno strumento più efficiente nel monitoraggio delle loro condizioni, aiutando nella prevenzione anche grazie alla raccolta dei parametri vitali che ormai è integrata in molti dispositivi.
Di contro potrebbe aumentare la spaccatura tra ricchi e poveri, tra chi può permettersi cure costose e chi no.

Volgendo lo sguardo lontano (ma nemmeno troppo) il nostro quadro clinico potrebbe essere costantemente a nostra disposizione e un dottore virtuale potrebbe dirci che a causa di quel “doloretto” ci rimangono 2 mesi di vita, appuntandoci la data sul calendario dello smartphone.

Vorremo davvero sapere quando vedremo la nostra ultima alba?

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