I videogiochi sono sempre stati oggetto delle raccomandazioni dei nostri genitori.
Dalle sale giochi (quando ancora non erano popolate da sole slot machine ma piene di cabinati coin op come Outrun, Street Fighter, Metal Slug, Cadillac and Dinosaurs, Dytona USA)  che calamitavano il nostro stupore e divertimento limitato dal numero di monete disponibili, fino alle console domestiche e gli smartphone l’ammonimento di non stare sempre davanti a quel “coso” è una costante senza tempo.

Da qualche tempo a questa parte, al coro benevolo dei genitori si è aggiunto quello speculativo dei mass media, dove frequentemente i videogiochi sono stati demonizzati come causa o catalizzatore della violenza perpetrata da alcune persone che hanno compiuto atti orribili.

Ma i videogiochi fanno davvero male?

In seguito a vari studi la linea psicologica più diffusa ed accreditata porta a rispondere di no.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) però nell’ultimo aggiornamento dell’ 11th International classification of diseases del 2018  riconosce il  gaming disorder  come patologia, oltre ad esempio alla dipendenza da social network , web e gioco d’azzardo,  non perchè i videogiochi siano una fucina di serial killer, bensì per la possibile dipendenza da essi.

Il gaming disorder, come altre patologie analoghe inclusi i comportamenti ossessivi, diventa una dipendenza patologica nel momento in cui un comportamento prende il monopolio della tua vita, limitando e compromettendo sensibilmente le altre attività; ad esempio un videogiocatore incallito che abbandona gli studi, non ambisce all’indipendenza economica, e mette in secondo piano la ricerca di un rapporto sentimentale, trascurando in generale le relazioni significative off-line.
Un disturbo mentale è caratterizzato dal fatto che vorresti compiere un’azione ma non riesci a farlo, oppure che non vorresti compiere un’azione ma non riesci a non farlo. Si è invece in una condizione di equilibrio psicologico se si ha la possibilità di compiere molte azioni nello stesso ambito: la libertà corrispondere al numero di scelte che puoi compiere.

Sorge spontaneo a questo punto chiedersi se, data la larga diffusione e fruibilità dei videogiochi (basti pensare a tutti i giochi per smartphone), il fenomeno del gaming disorder possa essere preoccupante.

Per farlo tuttavia occorrerebbe raccogliere una quantità maggiore di dati derivanti dalla diagnosi di questo disturbo in varie parti del mondo, da quali tipologie di soggetti sono maggiormente esposti e via discorrendo.
Sicuramente il fatto che questo disturbo sia stato riconosciuto costituisce uno spunto di riflessione per ogni videogiocatore che ora è a conoscenza del rischio che si corre ad abbandonarsi completamente in un mondo virtuale.

Come già detto i videogiochi in sè non costituiscono un male, anzi, se presi nella giusta maniera delle ricerche hanno evidenziato come siano in grado di migliorare alcune doti in chi li utilizza, come la capacità di attenzione, i riflessi ed il problem solving; ma più in generale sono un passatempo, un modo per rilassarsi facendo una partita da soli o in compagnia durante il proprio tempo libero.

Come un film o un libro propongono tematiche differenti che possono più o meno influenzare misura chi li utilizza, pertanto è il contenuto a dover essere appropriato all’utilizzatore, il mezzo in sè, come ogni strumento, non è nè buono nè cattivo.

Ben venga quindi l’educativo “non stare davanti a quel coso” oppure il divieto di giocare a certi videogiochi per chi ancora non ha la capacità di autoregolarsi o la maturità per sostenere alcuni argomenti.

Se spesso si preferisce lasciare che l’attenzione di nostro figlio sia calamitata da uno schermo oppure ad una pizza con gli amici si preferisce una partita ad un videogioco diventa necessario farsi un esame di coscienza e rivedere le nostre abitudini.

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