Termine nato dalla crasi delle parole “phone” (telefono) e “snubbing” (snobbare), questo neologismo è già indicativo del disturbo che rappresenta, ossia l’ossessione di controllare o usare lo smartphone in qualsiasi circostanza.

Chiaramente il device che comporta le distrazioni più frequenti è lo smartphone dato che lo abbiamo sempre a portata di mano, tuttavia il problema è indipendente dal tipo di apparecchio utilizzato quindi anche tablet smartwatch e co. fanno la loro parte.

Il phubbing non è il semplice rispondere al telefono oppure ad un messaggio sia chiaro, il fenomeno interessa coloro che non riescono a fare a meno di controllare il display del device ogni 5 secondi anche se non suona o vibra. Anche per un attimo, anche solo per sbloccare lo schermo e vedere se ci sono novità.
Le proprie pagine social, foto, giochi, qualsiasi cosa ha la priorità sul contesto.
Spesso chi ha questa ossessione non se ne rende pienamente conto, ritenendo che le sue costanti occhiate allo smartphone siano in realtà poco frequenti (“ma prima l’ho appena acceso non conta”) , necessarie od importanti o rappresentino qualche minuto di meritata distrazione.

Ebbene questo disturbo porta al deterioramento a 360° della vita socio-lavorativa di chi ne è affetto.
Non si gode più del tempo passato con il proprio partner o con i propri amici perchè l’interazione con loro è ridotta ai minimi termini ed in ambito lavorativo gli impegni sono interrotti e subordinati al controllare il proprio cellulare.

I ricercatori della Baylor University hanno studiato il fenomeno in una pubblicazione chiamata “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” ossia “la mia vita è diventata la maggiore distrazione dal mio cellulare [..]” .

A parte l’ironia dell’accattivante titolo, i ricercatori hanno preso in esame le risposte di un campione di 145 persone dal quale è emerso che il 46,3% ha dichiarato di essere stato vittima del phubbing (quindi di essere stato snobbato) .
Una percentuale piuttosto significativa anche se il campione è particolarmente ampio.

Il phubbing se da un lato sul lungo periodo porta disagi sempre maggiori a chi ne è affetto, nell’immediato coinvolge in maniera assai negativa chi del phubbing è vittima, ossia le persone ignorate, le quali sviluppano una serie di sentimenti negativi verso il phubber ed al contempo insicurezza frustrazione ed ansia verso se’ stessi.

Il secondo e più recente studio dei ricercatori della Baylor si sono infatti concentrati proprio su questo corollario psicologico degli effetti collaterali di chi è affetto da phubbing.
Il campione stavolta è stato di 330 persone e la ricerca si è svolta in 2 fasi.
Il risultato finale potrebbe sorprendere (o meno a seconda della vostra visione distopica della società) in quanto invece di recuperare l’interazione faccia a faccia, così da ricostruire un senso di inclusione, i partecipanti all’ indagine si sono rivolti ai social network per riguadagnare quel senso di appartenenza .

La spiegazione di questo comportamento, fornita da oltre un terzo del campione risiede nel fatto che l’utilizzo dei social network da sfogo alla loro voglia di conoscere nuove persone.
Più in generale i commenti, le diverse interazioni sui post del proprio social, messaggi e chat servono a sentirsi più affermati ed accettati da una grande quantità di persone con più facilità e rapidità rispetto ad una classica uscita tra amici, il tutto tra l’altro a portata di smartphone.

A questo punto emerge la paradossalità di questo fenomeno: i phubbed (le vittime del phubbing) diventano i phubber compensando le proprie esigenze sociali sui social network con “fame” crescente dando quindi vita ad un circolo vizioso.

Meredith David, uno dei ricercatori che ha condotto lo studio, osserva che: “nonostante l’obiettivo di dispositivi come gli smartphone sia quello di aiutarci a collegarci con gli altri in questa particolare situazione non funzionano”. “In modo ironico la tecnologia disegnata per unire gli esseri umani ci ha condotto all’isolamento”.

Il phubbing non è il solo problema legato alla diffusione dei social network e dei device “smart” in generale, pertanto è lecito chiedersi se queste novità apportino effettivamente dei benefici, oppure siano un fallimento nel loro intento sociale (ammesso che ce ne sia uno al di la del profitto).

L’osservazione di David in base ai risultati ottenuti dalla sua ricerca suggerisce un fallimento, almeno per quanto riguarda la capacità di unire le persone da parte dei device portatili.

La strada però non è senza uscita e bisogna sempre contestualizzare strumenti e società nel proprio tempo.
Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito ad una corsa tecnologica in continua accelerazione e metabolizzare la “modernità” non è semplice ed in particolare non sempre lo è per tutti.
Nonostante gli scopi che spingono i principali social network non siano del tutto nobili, questi non sono che una faccia di una medaglia ben più ampia e se gestiti con coscienza possono essere semplicemente uno strumento di intrattenimento secondario.
Ritenere che gli smartphone e i dispositivi mobili più in generale siano dannosi e controproducenti per la società è una sentenza dalla visione ristretta.
E’ come dire che le automobili ed i mezzi di trasporto in generale piuttosto che aumentare la mobilità (e per certi versi la libertà) delle persone sono degli incontrollati strumenti di morte da cassare il prima possibile.
Dalla loro invenzione la circolazione delle auto è stata via via regolamentata con lo scopo di diminuire la mortalità su strada, trend che però è costantemente aumentato a causa dell’aumento incessante della diffusione delle auto, tanto da uccidere mediamente 1,2 Milioni di persone l’anno. E’ stato stimato che le automobili hanno ucciso più persone dalla loro invenzione che tutte le guerre combattute nello stesso periodo.
Eppure ne abbiamo tutti una.

Gli smartphone sono uno strumento potentissimo che ci mette a disposizione la vastità di internet e un parco strumenti eccezionali come fotocamera, navigatore, videocamera, torcia, registratore audio, lettore mp3, telefono.
Possiamo cercare informazioni, prenotare un volo last minute, fare il checkin, chiamare un taxi per l’aereoporto e mentre aspettiamo al gate cercare il miglior hotel e prenotarlo insieme al ristorante di nostro gradimento, controllare il nostro estratto conto, rilassarci sul nostro sedile ascoltando la musica dal nostro cellulare mentre facciamo una bella foto del paesaggio dal finestrino, tutto con un solo dispositivo. Tutto insieme alla compagnia che preferiamo.

Come ogni strumento l’importante è utilizzarlo sapientemente e per il nostro bene, riuscendo a farlo grazie ad un’educazione informatica più profonda che ci conferisca una consapevolezza maggiore.

D’altro canto non faremmo giudare un’auto ad un bambino no?

 

 

Fonti: Wired e Repubblica

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