Con l’avvento del bitcoin e delle cosiddette “criptovalute” (ovvero il sistema parallelo di valuta digitale criptata mediante l’utilizzo di un codice) la tecnologia del blockchain, fino a quel momento destinata a far bella mostra di sé unicamente nei manuali informatici, pare essere tornata prepotentemente in auge, trovando applicazione in numerosissimi altri ambiti.

In Giappone infatti, nella prefettura di Ibaraki (situata a circa 70 chilometri da Tokyo), si è attuata la prima sperimentazione al mondo di voto via blockchain.
In Italila le sperimentazioni finora effettuate con il voto elettronico non sono andate benissimo (anzi), pertanto i dubbi sul fatto che i voti possano essere non registrati o manipolati sono leciti, tuttavila la blockchain funziona in maniera differente da un tablet preposto al compito…

Tecnicamente, una blockchain non è altro che un registro pubblico al cui interno sono registrate migliaia di transazioni crittografate ognuna delle quali è collegata ad un soggetto specifico (i cosiddetti “blocchi”) che, collegate tra loro attraverso un sistema di marche temporali, creano un vero e proprio database a catena (chain) in continuo aggiornamento e liberamente consultabile dagli utenti.
Proprio qui sta la forza della blockchain, ossia creare un sistema di interscambio diffuso, in cui non vi è un amministratore che presiede e vigila sugli scambi, ma nel quale ogni componente della catena è esso stesso un amministratore: ogni blocco infatti è strutturato in modo tale da contenere al suo interno le informazioni che gli consentono di collegarsi al blocco precedente.

Un sistema quindi decisamente sicuro visto che le informazioni vengono controllate milioni di volte e gli errori (o manomissioni) ripristinati, eppure non è immune da problemi.
Come avviene per qualsiasi procedura elettronica, rispetto ai sistemi tradizionali, il rischio risiede soprattutto negli accessi non autorizzati in grado di mettere a repentaglio la sicurezza dei dati contenuti nella blockchain: l’utilizzo indebito di sistemi di decrittazione dei dati infatti potrebbe infatti consentire di ricollegare la preferenza espressa da un soggetto ad un determinato candidato, con evidenti riflessi negativi e soprattutto in relazione alla privacy.
Pertanto più che un problema di manipolazione del voto si affaccia un problema di tutela dei dati .

Per questo a Tsukuba la votazione elettronica, hanno tenuto a spiegare i media nipponici, è stata per ora limitata alla scelta dei contributi da destinare ad opere di utilità sociale, con la previsione di estenderla in futuro anche per la scelta dei rappresentanti all’interno delle istituzioni.

Il sistema benchè non sia perfetto (ma cosa lo è?) porta con sè numerosi benefici: oltre a prevenire concretamente il rischio di brogli elettorali, si eliminano le code ai seggi e si consente anche alle persone non autosufficienti di partecipare concretamente al processo democratico, senza peraltro contare il notevole risparmio ottenuto in termini di personale impiegato durante le operazioni di verifica e di scrutinio, in termini di spese economiche (come sappiamo le elezioni costano milioni di euro) e nondimeno di tempo.

In un ottica in cui la tecnologia e gli strumenti a nostra disposizione possono portare innovazione positiva, come un contatto diretto con gli enti governativi, le utenze o le banche, il voto elettronico “casalingo” tramite la blockchain è sicuramente un passo avanti per la democrazia, considerando anche che il fattore di immediatezza può far tornare alle urne (virtuali) molti di quei cittadini che per pigrizia più che per scelta non vanno a votare.

 

 

 

Fonte: Tom’s Hardware

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